Armi e stemmi

Da Armoriale.

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Molti tendono a considerare i termini armi e stemmi come sinonimi ma è bene riconoscere tra di essi delle distinzioni. Lo stemma è, propriamente, la raffigurazione grafica dello scudo, con tutto ciò che esso comprende in immagini e smalti. L'arme, invece, è l'elemento distintivo di un individuo, o di un ente, un'associazione, un'unità militare, e quindi comprende, oltre lo stemma, anche tutti gli ornamenti esteriori che rappresentano il titolo, le qualifiche, la funzione, il grado o i meriti del titolare dell'arme stessa. Si tratta di un elemento grafico che consente, in prima approssimazione, di richiamare alla mente, con immediatezza e precisione, una persona, un gruppo sociale, un territorio, ecc.

In base alla definizione di arme, questa ha due componenti essenziali: lo stemma e gli ornamenti esteriori.

Uno stemma ha due componenti: il campo e i carichi. Il primo rappresenta lo scudo e può essere di un unico colore (scudo pieno) oppure ripartito in aree distinte, le cosiddette partizioni, di colore diverso. I secondi sono tutte quelle forme che possono essere disegnate sul campo, in uno o in più esemplari; i carichi araldici, a loro volta, si possono distinguere in figure – immagini reali o inventate di persone, animali, oggetti, ecc. – e pezze – forme geometriche elementari o complesse che non vanno confuse con quelle che compaiono come componenti del campo –.

Gli ornamenti esteriori sono tutto ciò che è aggiunto allo scudo, all'esterno o dietro di esso. Gli ornamenti possono quindi comparire sopra lo scudo (elmi, corone, cimieri), ai suoi lati (tenenti), al di sotto (divise e motti), intorno a esso (collari di ordini cavalllereschi), o dietro (bastoni da maresciallo, ancore, pastorali vescovili). Nel caso di armi appartenenti a reali o nobili di alto lignaggio, tutto quanto visto finora può essere rappresentato su di un mantello (o padiglione).

Grandi armi

Le grandi armi sono rappresentazioni araldiche complete di tutti gli ornamenti esteriori, che prendono generalmente la forma di uno scudo composto di quartieri in cui sono rappresentate le armi di dipendenza, di costituzione o di possesso, e sono attraversate sul tutto dallo scudo del titolare (un principe, una provincia, ecc.).

Le grandi armi rappresentano graficamente una solenne affermazione dei titoli e dei diritti del titolare. Esse sono rappresentate di rado, tipicamente per decorare una sala di prestigio, ad esempio una sala del trono.

Armi composte

Stemma di Lothar Franz von Schönborn

L'araldica spesso riunisce più stemmi su uno stesso scudo. Si vengono così a formare delle armi composte, formate da armi più semplici accostate secondo una linea di partizione semplice, oppure riunite in quartieri. Altre armi possono essere composte con pezze onorevoli, per esempio aggiungendo un capo o un cantone a uno stemma principale.

Per blasonare delle armi composte si comincia con l'indicare la partizione, cioè il modo in cui lo scudo è stato suddiviso per ospitare i vari stemmi; quindi si blasonano gli stemmi costituenti, secondo l'ordine in cui compaiono nella suddivisione, facendoli precedere dal loro rango (il primo... il decimo...). Si può quindi ottenere una blasonatura del tipo: partito: nel primo d'argento, alla torta di rosso; nel secondo d'oro, alla fascia d'azzurro.

La blasonatura può risultare complicata quando le linee di partizione abbondano, per quanto la regola sia molto semplice: ogni elemento (definito genericamente quartiere, benché non sempre sia la definizione più corretta) assume un numero d'ordine secondo la regola di precedenza « quello in alto prima di quello in basso, quello a destra prima di quello a sinistra » e viene descritto come fosse uno stemma indipendente, secondo tale ordine. Unica eccezione a tale regola si ha quando nella composizione sono presenti diversoi quartieri identici: in questo caso sono descritti tutti insieme una volta sola con la priorità del primo, enunciando tutti i numeri d'ordine relativi.

Per esempio, l'arma presente all'inizio dell'articolo (stemma di Lothar Franz von Schoenborn) sarà blasonata come:

  • partito di due e troncato di uno,
  • nel 1º e 6º: d'oro, alla banda d'argento attraversante sul leone di nero;
  • nel 2º e 5º: di rosso, alla ruota d'argento;
  • nel 3º: di rosso, a tre scudetti d'argento;
  • nel 4º: d'azzurro, alla fascia d'argento accompagnata da tre losanghe dello stesso;
  • sul tutto: di rosso, al leone illeopardito d'oro posto su una terrazza inchiavata d'argento.

Quando un quartiere è composto a sua volta, la regola si applica in cascata, per cui quando si arriva al suo turno si definisce un nuovo ordine di presentazione per i quartieri che lo costituiscono. Se, ad esempio, si ha una prima partizione che individua sei quartieri, il 4º dei quali è a sua volta suddiviso in tre elementi, l'ordine di blasonatura sarà 1, 2, 3, 4.1, 4.2, 4.3, 5, 6.

Origine

L'origine degli stemmi è sicuramente militare, risalente al periodo in cui i combattenti dei vari eserciti non avevano divise che consentissero di distinguere agevolmente un gruppo dall'altro e, soprattutto, erano organizzati in unità strettamente legate ad un signore o capitano per cui l'individuazione del capo era sufficiente per identificare tutto il gruppo. Questa affermazione può essere suffragata, ad esempio, dal fatto che l'esercito romano, le cui unità erano equipaggiate con uniformi ben riconoscibili, non aveva bisogno di stemmi individuali ma si serviva esclusivamente di insegne di reparto (le principali delle quali erano le famose aquile legionarie). Anche gli eserciti barbari, pur se privi di equipaggiamenti uniformi, si identificavano con strutture sociali di alto livello e certo non erano articolati in singole entità legate ad un individuo; anch'essi, quindi, utilizzavano talora insegne collettive, ma erano praticamente assenti le insegne personali.

Il feudalesimo portò in questo campo due interessanti novità:

  • la costituzione di unità militari legate da fedeltà ad un capo, più che a un sovrano o ad una entità statale;
  • l'organizzazione, a titolo ricreativo, di particolari forme di combattimenti simulati, i tornei, nei quali i cavalieri si battevano individualmente, coperti da armature che rendevano molto problematico il riconoscimento della persona; dobbiamo infine ricordare (per motivi che appariranno più comprensibili in seguito) che, nel corso dei tornei, i cavalieri erano soliti rendere omaggio ad una qualche dama, di cui ostentavano qualche oggetto in segno di deferenza o di passione, più o meno realizzata.

Entrambi i fenomeni imposero la necessità di poter distinguere, anche da lontano, un cavaliere del quale non era visibile il volto. La soluzione più semplice, e che prese rapidamente piede, era quella di contrassegnare le parti più visibili e resistenti, lo scudo e la gualdrappa del cavallo, con colori disposti secondo schemi individuali. A mano a mano che si moltiplicavano i simboli personali diveniva sempre più difficile ideare nuovi schemi e quindi ai soli colori cominciarono ad aggiungersi disegni che rappresentavano armi, attrezzi, animali, piante o altri oggetti.

Il nuovo sistema di identificazione era così efficiente che venne adottato in quasi tutta Europa, e comunque in tutti i territori soggetti al sistema feudale, senza sostanziali variazioni. La necessità di riconoscere da lontano un cavaliere era ora soddisfatta, ma solo a patto che ci fosse qualcuno in grado di conoscere, e quindi riconoscere, i vari simboli individuali. I funzionari incaricati del riconoscimento, sia nelle azioni belliche che nei vari tornei, assunsero quindi una veste ufficiale ed un nome ben preciso: araldi. Dalla loro denominazione deriverà poi il nome della scienza da essi praticata: l'araldica.

Evoluzione

Nel tempo, il sistema araldico, che in origine era praticato senza alcuna normativa, passò ad una fase in cui alla pratica quotidiana si associava la formulazione di regole uniformi, l'adozione di un metodo di catalogazione e la creazione di tecniche di comunicazione che fossero applicabili ed efficienti in tempi in cui non esistevano strumenti di riproduzione visiva - salvo disegni e pitture - e gli archivi non potevano sfruttare la potenza dei computer.

Gli elementi da considerare erano:

  • la standardizzazione del supporto su cui rappresentare i simboli: in questo caso la soluzione che balzava subito in primo piano era quella di utilizzare lo scudo, a causa della sua diffusione, della resistenza e della forma abbastanza regolare e condivisa;
  • la necessità di evitare l'uso di colori simili con significati diversi, data anche la difficoltà di riprodurre precise tonalità di colore: questo impose l'uso di pochi colori ben distinti ed assolutamente non confondibili tra loro, i cosiddetti colori araldici (rosso, azzurro, nero, verde e porpora), cui si aggiungevano solo i colori della superficie metallica dello scudo (argento e oro); poco dopo a questi si aggiunsero le pellicce che traevano origine dall'uso di decorare lo scudo con strisce di pelliccia animale e tra queste si imposero rapidamente l'ermellino e il vaio;
  • la utilità di disporre di descrizioni che fossero semplici, univoche, sintetiche e potessero quindi essere di facile riproduzione e diffusione nel mondo degli araldi;
  • la opportunità che i simboli individuali rimanessero inalterati nel tempo e fossero perciò utilizzabili come strumenti di identificazione al pari dei nomi, e addirittura più efficaci degli stessi perché meno soggetti al fenomeno della ripetizione e indipendenti dalla preparazione culturale degli osservatori, molti dei quali avevano un livello di istruzione che difficilmente arrivava ai vertici della lettura o, addirittura, della scrittura.

Codifica

L'evoluzione accennata portò alla istituzione, da parte di vari sovrani, di collegi araldici che assunsero il compito di catalogare tutti gli stemmi esistenti nella struttura sociale cui appartenevano, di regolarne l'uso, di concederne ed autorizzarne di nuovi, adottando una serie di regole alquanto rigide ma diffuse ed accettate praticamente su tutto il territorio continentale europeo.

Le regole avevano come obiettivi principali:

  • le norme per il riconoscimento degli stemmi esistenti e la concessione dei nuovi (lettere patenti, diplomi, bolle, ecc);
  • il linguaggio da impiegare per la descrizione degli stemmi e la loro comunicazione a distanza;
  • i vincoli da porre nella fase di ideazione o modifica degli stemmi, evitando o regolamentando l'uso di elementi araldici ormai collegati a particolari individui o entità e che potessero costituire collegamenti logici, ma non reali, fra i titolari dei vari stemmi.

Uso

Codice Manesse, Walther von Klingen.

Si è visto come, in origine, gli stemmi fossero impiegati come simboli distintivi di condottieri militari o cavalieri. Col tempo divennero elemento distintivo di tutti coloro che avessero, o ritenessero di avere, motivi per distinguersi dagli altri. Quando poi l'uso degli stemmi venne regolamentato dal sovrano, questi divennero praticamente coincidenti con i titoli di nobiltà; solo molto più tardi iniziò la pratica di concedere stemmi anche a enti, istituzioni ed individui non appartenenti alla nobiltà locale.

Nel frattempo la codificazione in atto portò alla strutturazione degli elementi pertinenti all'uso degli stemmi. Pur tenendo conto della notevole variabilità tra le interpretazioni dei vari studiosi possiamo distinguere le seguenti voci:

  • scudo: supporto su cui disegnare lo stemma;
  • stemma: simbolo grafico utilizzabile come elemento distintivo individuale e rappresentato su uno scudo;
  • arma: insegna costituita da uno stemma corredato da una serie di ornamenti esteriori aventi lo scopo di evidenziare il grado di nobiltà, le funzioni, il rango del titolare (mantello, elmo, corona, supporti, ecc);
  • blasonatura: descrizione di uno stemma, o di un'arma, fatta secondo regole organiche riconosciute.

Basandoci sulle definizioni date, possiamo ora distinguere i vari tipi di raccolte araldiche:

  • stemmari: raccolte di stemmi;
  • blasonari: raccolte di descrizioni di stemmi;
  • armoriali: raccolte di stemmi ed armi, corredati delle relative descrizioni.

Il disuso

Il fatto che la maggior parte degli stemmi fossero riconducibili alla nobiltà, che i collegi araldici fossero istituiti e coordinati dai sovrani, che il linguaggio araldico fosse tendenzialmente aulico e sempre più lontano dal parlare comune, fece sì che nell'opinione pubblica si tendesse a far coincidere l'araldica con la nobiltà, anche quando questo non era più vero. L'evoluzione storica che in molti stati ha condotto alla fine delle monarchie, ha solitamente portato anche alla soppressione dell'istituto nobiliare: la citata coincidenza, percepita dalle popolazioni, tra nobiltà e araldica ha quasi sempre condotto alla convinzione che l'araldica stessa dovesse scomparire o che, comunque, fosse argomento per nostalgici cultori dei tempi andati e non un argomento di studio e conoscenza, di notevole supporto agli studi storici.

Anche se l'uso degli stemmi è stato col tempo confinato in settori marginali della vita quotidiana, l'esigenza del riconoscimento visivo - innegabilmente più immediato e di maggiore impatto rispetto alla lettura di una scritta o di un nome - è attualmente sempre più soddisfatta dall'uso dei logo (o griffe). Chi indossa un capo di vestiario marcato con il logo del creatore o del produttore, in effetti ha un comportamento simile a quello di coloro che, in passato, aderivano ad un ordine cavalleresco solo per potersi fregiare dello stemma e delle insegne relativi e non per intimo convincimento ed impegno. L'unica differenza è che l'adesione ad un ordine poteva essere rifiutata, mentre nessun creatore di griffe rifiuta l'ostentazione del suo logo, anzi la sollecita.

La vera differenza tra stemmi e logo è che questi ultimi hanno un aspetto assolutamente immodificabile sia come disegno che come colori, mentre i primi possono assumere un aspetto estremamente variabile, in funzione dell'epoca, delle capacità artistiche del disegnatore o del gusto del committente.

Stemmi e armi

Se si accettano le definizioni date in precedenza, si può dire che gli stemmi hanno con le armi lo stesso rapporto che i cognomi, presi come singole parole, hanno con le generalità di una persona. Il solo scudo con lo stemma consente infatti di individuare una famiglia, ma occorrono le armi per identificare il singolo individuo dal momento che in esse sono rappresentati anche gli elementi che indicano, ad esempio, gli eventuali titoli di nobiltà della famiglia e della persona, oppure - come accade con particolare frequenza nell'araldica inglese - la esatta posizione di un titolare di stemma nella sequenza delle nascite degli eredi di un casato (tale indicazione è affidata all'uso di ben precise figure o pezze impiegate come brisure dello stemma originale.

Probabilmente questa considerazione potrebbe essere tenuta in conto quando si discute circa l'applicabilità del copyright sugli stemmi. Rappresentare uno stemma non può essere considerato un appropriarsi dei diritti di qualcun altro, in quanto il solo disegno dello scudo non può essere rivendicato come proprietà da nessuno, così come nessuno può considerarsi proprietario del cognome ROSSI. Diverso è invece il caso dell'arma che, potendo consentire l'esatto riferimento ad un ben preciso individuo, assume un valore molto simile alle esatte generalità del Signor ROSSI PINCO, nato a GHIBELLINO TERME il 12 dicembre 2006.

Un caso particolare è il caso delle armi civiche, benché il termine normalmente usato sia stemma. È vero che il completamento dello stemma con la corona e gli ornamenti previsti, ad esempio, dall'araldica civica italiana porta alla esatta individuazione di un ben preciso comune, ma è anche vero che tale arma ha lo scopo di rappresentare l'intera struttura sociale del comune stesso: territorio, popolazione, usi e tradizioni. In questo caso appare difficilmente sostenibile la tesi del copyright sullo stemma, visto che il suo uso si dovrebbe considerare del tutto lecito almeno da parte dei cittadini del comune in questione.